E vabbè ma dopo questa mi vedo costretto.
L'ALTOPARLANTE
Don Camillo ebbe un grande altoparlante in cima al campanile e la parola di *** arrivò anche dentro la Casa del Popolo perché si trattava dell’altoparlante più potente che si fosse trovato. E così arrivò anche il famoso giorno della partenza delle reclute.
Peppone aspettava quel giorno. Aveva le idee straordinariamente chiare in proposito. Anzi le idee chiare in proposito le avevano gli altri, quelli che mandavano le direttive a Peppone: ma Peppone era convinto che fossero le sue idee e si preparò per tempo.
La partenza delle reclute della classe di leva doveva riuscire una cosa importante. Peppone mandò in giro lo Smilzo e la squadraccia con ordini perentori: roba buona e molta. E trovarla con le buone o con le cattive.
Ogni recluta doveva partire col suo bravo pacco di cibarie consegnato dal sindaco durante una solenne cerimonia in piazza. E, naturalmente, dopo un discorsetto fatto su misura.
Era il discorsetto ciò che interessava Peppone. I giovani dovevano piantarsi bene nel cervello che essi non sono carne da cannone, che il soldato non è al servizio del governo ma del popolo, e che il primo dovere del soldato è quello di pensare alla pace e di combattere i guerrafondai.
Venne il giorno, una buona giornata di sole, e la piazza era gremita.
Salendo sul palco, che era a poche decine di passi dal sagrato, Peppone guardò con occhio cupo la tromba dell'altoparlante.
“Speriamo che quel maledetto non faccia fesserie!” borbottò. Ed era preoccupato perché, con un arnese così a sua disposizione, don Camillo poteva diventare un flagello nazionale.
“L’importante è che tu non lo provochi,” osservò lo Smilzo. “Lascia perdere il Papa. Batti sul tasto dell'America e del governo venduto. Magari, in ultimo, puoi dare un colpetto anche al Vaticano.”
Incominciò il discorso di Peppone ed incominciarono le sofferenze per don Camillo che stava ad ascoltare nascosto dietro le gelosie di una finestra della canonica.
“Gesù”, pregò mentalmente don Camillo, “poiché mi avete procurato il microfono, datemi la forza di non prenderlo in mano se quel disgraziato dice delle bestialità troppo grosse! Gesù, ascoltatemi perché ho tanto bisogno del vostro aiuto. Pensate che il microfono l’ho già qui in mano e basterebbe che io schiacciassi questa levetta perché la mia voce rimbombasse come tuono nella piazza”.
Peppone incominciò a parlare e non aveva bisogno d'altoparlante 1 perché la sua voce era potente e arrivava fin sull'argine del fiume grande.
“Io vi porto il saluto del popolo,” incominciò Peppone. “Di quel popolo che ha voluto significarvi il suo affetto con una generosa offerta di commestibili, nonché vino e generi di conforto. Assieme al saluto dei lavoratori io vi voglio portare la voce della coscienza democratica. Quella voce che ha una sola parola: Pace!…
“Gesù, ci siamo”, ansimò don Camillo.
“Pace che vuol dire giustizia sociale, lavoro, libertà”, continuò Peppone, “rispetto alla vita umana, la quale sono passati i tempi barbari e medievali del popolo considerato come carne da macello per gli interessi sporchi degli speculatori e degli sfruttatori.”
Il maresciallo dei carabinieri che ascoltava dietro un pilastro del porticato si asciugò il sudore e si toccò la tasca dove stavano il taccuino e la matita.
“Voi, figli del popolo”, urlò Peppone, “non siete ai servizio dei politicanti che siedono al governo, ma siete al servizio del popolo! E il popolo vuole la pace! Il popolo vuole soltanto quella pace che è insidiata dalle macchinazioni atlantiche, e quella pace dovete difendere! Non vogliamo cannoni! Vogliamo lavoro e case! Non vogliamo bombardieri e sottomarini: vogliamo strade, scuole, acqua e giustizia! Non vi lasciate ingannare da coloro che, quando arriverete nelle caserme, vi parleranno di patria e di altre balle! La patria siamo noi! La patria siamo il popolo! La patria siamo i lavoratori che soffrono!...”
Don Camillo sudava come una fontana e il microfono gli scottava tra le mani. “Gesù”, implorò, “date un po’ di luce a questa mia povera testa piena di buio. O io, se quello continua, farò una fesseria!”.
*** lo illuminò e gli diede la forza di staccare il microfono e di innestare la spina dell'altoparlante nel radiogrammofono.
“Se continua farò della musica!”, decise don Camillo.
Peppone aveva ripreso fiato e il maresciallo teneva già tra le mani la matita e il notes.
“Reclute!” urlò Peppone. “Ascoltate la voce del vostro popolo! Andate nelle caserme perché così vuole la barbara legge nemica dei lavoratori, ma dite chiaro e tondo a coloro che tentano di armarvi per combattere i fratelli proletari del grande paese della libertà, che voi non combatterete! Dite che voi…
In quel momento l'altoparlante della torre cominciò a crepitare. Don Camillo attaccava.
Peppone si interruppe e impallidì. E tutti stettero zitti.
Cosa avrebbe detto l'altoparlante?
Ma dalla tromba non uscirono parole.
Uscirono dall'altoparlante le note dell'inno del Piave.
Già, il Piave.
Peppone, rimasto a bocca aperta, non riusciva a innestare la marcia, ma lo Smilzo gli allungò una pedata in uno stinco, e allora si riprese. La sua voce potente si frammischiò alla musica che usciva dall’altoparlante.
“Dite a coloro che tentano di ingannare il popolo, a coloro che diffamano il popolo, che i nostri padri hanno difeso la patria dall’invasore allora e noi siamo pronti oggi a tornare sul Carso e sul monte Grappa dove abbiamo lasciato la meglio gioventù italiana. Dovunque è Italia, dappertutto è monte Grappa quando il nemico si affaccia ai confini sacri della patria! Dite ai diffamatori del popolo italiano che, se la patria chiamasse, i vostri padri, ai quali brillano sul petto le medaglie al valore conquistate nelle pietraie insanguinate, giovani e vecchi si ritroveranno fianco a fianco e combatteranno dovunque e contro qualunque nemico, per l'indipendenza d’Italia e al solo scopo del bene, inseparabile del Re e della patria!”
Ma sì, il Re. E il Re volò via assieme alla patria sulle ali del Piave salutato dalle urla deliranti di una piazza gremita. E il maresciallo dei carabinieri lo vide passare per il cielo della Repubblica ma non lo infilzò col lapis per appiccicarlo sulla carta dei notes.
Anzi lo salutò portando la mano alla visiera.